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di Marco Bersani – Il Manifesto, Edizione del 07.05.2016

ttip03alto«Per chi legge in buona fede il mandato negoziale del Ttip, è del tutto evidente che i servizi pubblici non sono oggetto di negoziazione» era il leit-motiv dell’ex-viceministro allo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, prima di essere recentemente nominato «ambasciatore» del Governo presso l’Ue.

Con buona pace della rassicurazioni governative, la realtà è ben diversa. Del resto, già dal 2013, gli Stati uniti avevano dichiarato l’intenzione di servirsi del Ttip per «esaminare il funzionamento di determinati monopoli europei nel settore dei servizi pubblici» (lettera del vice-rappresentante per il Commercio Usa Demetrios Marantis a John Boehner, portavoce della Camera dei Rappresentanti degli Stati uniti, 20 marzo 2013, mentre la stessa Commissione europea sta spingendo da anni per l’inclusione di tutti i servizi pubblici negli accordi commerciali internazionali (Commission Proposal for the Modernisation of the Treatment of Public Service in EU Trade Agreements, Bruxelles, Commissione Europea, 26 ottobre 2011).

L’escamotage risiede nella definizione di «servizio pubblico» adottata in questi accordi. Una definizione che si basa su due negazioni: a) non è servizio pubblico, quello la cui erogazione può essere effettuata anche da soggetti diversi dall’autorità di governo; b) non è servizio pubblico, quello per la cui erogazione è previsto un corrispettivo economico, anche una tantum. Da queste designazioni emerge chiaramente come l’istruzione e la sanità non vanno considerate servizi pubblici, in quanto possono essere erogati anche da soggetti privati, così come l’acqua, l’energia, i rifiuti e il trasporto pubblico, in quanto per la loro erogazione è previsto il pagamento di una tariffa.

Persino la tessera della biblioteca di quartiere (cinque euro/anno), essendo un corrispettivo una tantum, ne fa decadere il carattere di servizio pubblico.

Di conseguenza, governi e Ue hanno ragione quando sostengono che i servizi pubblici sono esclusi dai negoziati commerciali, a patto che precisino come, nella loro versione, i servizi pubblici siano solo i seguenti: l’amministrazione della giustizia, la difesa, l’ordine pubblico e la definizione delle rotte aeree internazionali. Tutto questo non basta: dentro quasi ogni capitolo dei negoziati Ttip troviamo elementi che vanno nella direzione della privatizzazione dei servizi pubblici. Vediamone solo alcuni:

1. Si passerà dagli «elenchi positivi», sinora utilizzati negli accordi commerciali Ue, all’approccio dell’«elenco negativo» in base al quale tutti i settori di servizi sono disponibili per la liberalizzazione, a meno che essi non siano specificamente classificati come eccezioni (in base al modello «elencalo o perdilo»), superando la pratica sinora consueta di sottoporre a liberalizzazione solo quei settori espressamente indicati come aperti alla concorrenza di aziende straniere.

2. Verrà adottata la clausola «standstill», che prevede per ogni governo l’impegno a non adottare nella legislazione nazionale misure più restrittive rispetto a quelle previste negli accordi internazionali.

3. Verrà adottata la clausola «ratchet», che prevede l’obbligo per ogni paese a non reintrodurre una determinata barriera precedentemente rimossa su un determinato settore di servizi. Questa clausola, ad esempio, renderebbe impossibile, qualora ce ne fosse la volontà politica, l’approvazione di una legge nazionale che realizzi l’esito del vittorioso referendum sull’acqua del giugno 2011 e vanificherebbe tutti i processi di rimunicipalizzazione del servizio idrico in corso in diversi paesi europei.

4. Verranno eliminate dai criteri di gestione dei servizi pubblici, qualsiasi clausola di obbligo di servizio universale (ad esempio per i servizi postali) o di prioritario interesse pubblico, che preveda, ad esempio, la libera distribuzione di acqua ed energia.

5. Verrà resa obbligatoria la gara internazionale per ogni appalto pubblico, eliminando qualsiasi politica di appalto dei governi locali a sostegno di importanti obiettivi sociali e ambientali. Questa clausola, ad esempio, renderà impossibile ad un ente locale di riservare la gara d’appalto per le forniture delle mense scolastiche a produttori biologici e a km0.

E, sopra a tutte queste norme, continuerà ad aleggiare la possibilità per le imprese di citare in giudizio presso corti di arbitrato commerciale internazionali governi o autorità pubbliche.
Con buona pace delle rassicurazioni governative, l’attacco ai servizi pubblici è dunque uno degli obiettivi primari del Ttip. A cui occorre opporsi con determinazione.
Attac Italia

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da Il Manifesto, 29.03.2016 – di Costantino Cossu

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Trivelle. Gianfranco Ganau, Pd, presidente del consiglio regionale sardo fra i promotori della consultazione: «Va definita una politica energetica nazionale che sposti risorse sulle rinnovabili. Grave errore dire ai cittadini che non bisogna andare a votare»

In Sardegna la campagna per il sì al voto del 17 aprile vede in prima linea il consiglio regionale, che il 23 settembre scorso ha approvato due mozioni e gli ordini del giorno con i quali è stata attivata la procedura per rendere possibile il referendum.

«Chiediamo – dice il presidente del consiglio Gianfranco Ganau – di ripristinare le date di scadenza delle concessioni, ma vogliamo che sia chiaro che c’è un significato politico più ampio». Ganau, Pd, è tra i primi promotori della raccolta di firme per la consultazione popolare, e anche da sindaco di Sassari ha sempre tenuto una posizione di tutela delle coste dell’isola messe a rischio dai progetti di perforazione dei fondali marini alla ricerca di gas e petrolio.

Qual è il segno politico del referendum?

L’ambiente è un nodo strategico primario. Lo è in Sardegna, dove è una risorsa fondamentale per la definizione di un modello economico alternativo a quello della grande industria chimica, che nella nostra regione è giunto ormai al capolinea. Dopo aver detto per decenni sempre ‘sì’ al petrolchimico, con risultati spesso discutibili, ora non possiamo condizionare le scelte di un settore per noi vitale, come il turismo, agli interessi dei petrolieri che vogliono avere mano libera sui nostri fondali. Ma oltre l’orizzonte regionale, che pure è decisivo per noi, c’è anche un orizzonte più vasto, che è quello della politica energetica nazionale e della coerenza di questa politica rispetto agli impegni presi dal nostro paese in sede internazionale. Non si possono sottoscrivere accordi come quelli definiti recentemente a Parigi alla Conferenza mondiale sul clima e poi consentire alle grandi compagnie di ottenere concessioni di sfruttamento dei giacimenti italiani senza scadenza. Non si può far decidere ai petrolieri quando e quanto prelevare.

C’è chi in questi giorni agita lo spettro della perdita di posti di lavoro.

E’ un problema che viene sollevato in maniera strumentale. Si crea un allarmismo del tutto ingiustificato. Se il sì vince, infatti, le piattaforme attualmente esistenti non saranno per forza smantellate. Saranno solamente ripristinate le date di scadenza delle concessioni, che non sono di breve periodo: si va dai dieci ai quindici anni. Durante i quali è sperabile che venga definita una politica energetica nazionale che sposti risorse – investimenti e occupazione – verso i settori delle energie rinnovabili, coerentemente agli impegni presi a Parigi. Questo è il futuro, in questa direzione bisogna andare.

E sull’invito all’astensione che viene dalla segreteria nazionale del suo partito?

Non mi stupisco che dentro un grande partito come il Pd anche sulla questione delle trivelle ci sia dibattito e si esprimano posizioni differenziate. Rientra nella normalità. Capisco che in Sardegna, ad esempio, ci possano essere dirigenti che si sentono più vicini alle posizioni della segreteria e altri che hanno una sensibilità, diciamo così, pro industria. Ma non è questo il punto. Il punto è che non si può schierare tutto il Pd per l’astensione. Chi è per il no lo dica, altrettanto chi è per il sì. Argomentando, possibilmente, le due diverse scelte. Ma dire ai cittadini che non bisogna andare a votare mi sembra un errore grave. La partecipazione a scelte decisive per l’intera collettività nazionale, attraverso uno strumento di larga consultazione popolare come il referendum, non può essere vista come un rischio o, ancora peggio, come una minaccia. Il Pd, ma tutte le forze politiche in Italia, hanno un problema serio di rapporto con i cittadini. Dare indicazione di astenersi al referendum del 17 aprile non mi sembra che aiuti nessuno a risolverlo, questo problema.

L’informazione ha fatto tutto ciò che doveva fare sul referendum?

Lo ripeto: il referendum ha un significato politico generale. Si deve decidere se sulle politiche energetiche nazionali dobbiamo andare avanti o tornare indietro. I media devono capire la portata della posta in gioco. Per questo mi associo all’appello di quanti in queste ore stanno sollecitando una maggiore informazione sul quesito abrogativo del 17 aprile. Il voto è una buona occasione per chiedere che le politiche energetiche nazionali siano sostenibili.

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di Marco Bersani, 15 marzo 2016

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Cinque anni dopo la straordinaria vittoria referendaria del movimento per l’acqua, Partito Democratico, governo Renzi e ministro Madia tentano un doppio affondo per chiudere definitivamente l’anomalia di un pronunciamento democratico dell’intero paese, frutto di un’esperienza di partecipazione dal basso senza precedenti e di un’alfabetizzazione sociale che ha imposto il paradigma dei beni comuni contro il pensiero unico del mercato.

 Nei prossimi giorni la legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua, presentata con oltre 400.000 firme nel 2007, approderà nell’aula parlamentare: vi arriverà, tuttavia, con una serie di emendamenti, portati avanti dal Partito Democratico, che ne stravolgerà il testo e il significato, eliminando ogni riferimento alla ripubblicizzazione del servizio idrico integrato e alla sua gestione partecipativa, che ne costituivano il cuore e il senso.

 E’ bene che il PD sappia fin da subito che tutto questo non solo non viene fatto nel nostro nome, ma che è un’espressione di disprezzo della volontà popolare chiara, netta e senza ritorno.

 E, mentre in Parlamento si consuma questa ignobile farsa, è finalmente disponibile il Testo Unico sui servizi pubblici locali, decreto attuativo della Legge Madia n. 124/2015.

 Tuttavia, mentre il comma c) dell’art. 19 della legge cosi recita: “individuazione della disciplina generale in materia di regolazione e organizzazione dei servizi di interesse economico generale di ambito locale (..) tenendo conto dell’esito del referendum abrogativo del 12 e 13 giugno 2011”, ecco quali sono le finalità dichiarate del decreto attuativo, così come riportate nell’analisi di impatto allegata:

 a) ridurre la gestione pubblica dei servizi ai soli casi di stretta necessità;

 b) garantire la razionalizzazione delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali, in un’ottica di rafforzamento del ruolo dei soggetti privati.

 Il decreto è un vero e proprio manifesto liberista che –art. 4, comma 2- promuove “la concorrenza, la libertà di stabilimento e la libertà di prestazione di servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione dei servizi pubblici locali di interesse economico generale”.

 Logica conseguenza di quest’assunto sono:       

  1. l’obbligo di gestione dei servizi pubblici locali a rete attraverso società per azioni (art. 7, comma 1);
  2. l’obbligo, laddove la società per azioni sia a totale capitale pubblico, di rendere conto delle ragioni del mancato ricorso al mercato (art. 7 comma 3), di presentare un piano economico-finanziario relativo a tutta la durata dell’affidamento, sottoscritto da un istituto di credito (art. 7, comma 4), di acquisire il parere dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato.

E perché sia chiaro a tutti come l’anomalia referendaria vada definitivamente consegnata agli archivi, ecco ricomparire, dopo anni con cui si era tentato di nasconderla dentro la dicitura “oneri finanziari”, l’”adeguatezza della remunerazione del capitale investito” nella composizione della tariffa, nell’esatta dicitura che 26 milioni di cittadini avevano democraticamente abrogato.

Il totale disprezzo della volontà popolare e della democrazia non poteva essere meglio esternato.

Hanno annichilito il paese con la trappola-shock del debito pubblico e lo hanno rinchiuso nella gabbia del pareggio di bilancio, del patto di stabilità e dei vincoli monetaristi: ora si apprestano alla definitiva espropriazione di ciò che ci appartiene per consegnarlo ai grandi interessi delle lobby finanziarie.

Alle donne e agli uomini che in tutti questi anni hanno detto chiaramente come l’acqua e i beni comuni siano garanzia di diritti universali e, come tali, da sottrarre al mercato e da restituire alla gestione partecipativa delle comunità territoriali, il compito di fermare Renzi, Madia e le lobby della finanza, che hanno deciso di assecondare.

Oggi più che mai si scrive acqua, si legge democrazia.

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Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua, 16 marzo 2016parlamento

A quasi cinque anni dalla straordinaria vittoria referendaria del giugno 2011, il Partito Democratico e il Governo Renzi/Madia vogliono chiudere definitivamente i conti con quell’”anomalia” e consegnare acqua e beni comuni ai grandi interessi finanziari.

E’ in questi giorni in discussione alla Camera la legge d’iniziativa popolare presentata dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua nel 2007, con oltre 400.000 firme. Ma la legge, grazie ad una serie di emendamenti del PD, arriva in aula con un testo che, eliminando l’art-6 sulla ripubblicizzazione del servizio idrico, ne stravolge totalmente il significato.

Contemporaneamente, ha iniziato il suo iter il Testo Unico sui servizi pubblici locali, decreto attuativo della Legge Madia n. 124/2015; un manifesto liberista, che prevede l’obbligo di gestione dei servizi pubblici locali a rete attraverso società per azioni e che ripristina l’”adeguatezza della remunerazione del capitale investito” nella composizione della tariffa, nell’esatta dicitura che 26 milioni di cittadini avevano abrogato.

Si tratta di un attacco senza precedenti all’acqua e alla democrazia

PD e governo Renzi vogliono consegnare l’acqua alle lobby della finanza.

Rivendichiamo con forza che acqua e beni comuni non appartengono a nessuno.

PD e governo Renzi ci vogliono silenziosi e rassegnati.

Ci troveranno nelle piazze con la stessa allegria, rabbia e determinazione.

INDIETRO NON SI TORNA!

APPROVARE LA LEGGE D’INIZIATIVA POPOLARE SENZA STRAVOLGIMENTI

RITIRARE SUBITO IL DECRETO MADIA

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Diapositiva1Tre anni fa, 27 milioni di cittadine e cittadini votavano per la ripubblicizzazione del servizio idrico e l’eliminazione dei profitti dall’acqua. Da allora, i governi che si sono succeduti non hanno fatto altro che ostacolarne l’applicazione.

Tra Finanziarie-bis e pacchetti Salva-Italia, prima il governo Berlusconi, poi quello Monti, riproponevano la privatizzazione dei servizi pubblici locali, reintroducendo norme abrogate con i referendum. La Corte Costituzionale, con una sentenza prevedibile,accogliendo il ricorso di alcune regioni (compresa la Sardegna), avrebbe poi bocciato quei provvedimenti, perché incostituzionali. Nel frattempo, Monti affidava all’Autorità per l’energia elettrica ed il gas (Aeeg) – garante del mercato e della concorrenza – le funzioni di regolazione e di controllo dei servizi idrici, con il compito di definire il nuovo “Metodo tariffario transitorio” 2012-13. L’Aeeg metteva così a punto un calcolo che lasciava intatti i profitti per i gestori, reintroducendo la remunerazione del capitale sotto la nuova voce degli “oneri fiscali e finanziari”: un costo – a detta della stessa Autorità – “variabile in funzione dell’andamento dei mercati finanziari”.

Il Metodo ha conquistato anche Letta, che lo ha adottato, in via definitiva, per il 2014-15; e soddisfa Renzi, che alla vigilia dei referendum si esprimeva apertamente a favore della remunerazione del capitale. Nessuno stupore, quindi, se nella squadra del nuovo che avanza, ci siano dei partigiani della privatizzazione, come la ministra per lo Sviluppo economico Guidi, dell’idea che “vanno superate le municipalizzate ancora a prevalenza di capitale pubblico”e che “è necessario il passaggio in mano privata delle fasi più remunerative del ciclo integrato dell’acqua”; o il ministro dell’Ambiente Galletti, per il quale “i partiti che hanno sostenuto il referendum sull’acqua e le regioni che hanno proposto ricorso alla Corte Costituzionale si devono… assumere la responsabilità di aver causato un danno enorme al Paese…”

Il “danno enorme”, sarebbe quello di azzerare “la concorrenza in questi settori strategici”. Sarà per questo, che il Consiglio dei Ministri ha impugnato la legge di iniziativa popolare approvata ad aprile scorso dalla Regione Lazio sulla gestione pubblica e partecipata dell’acqua, senza finalità di lucro: perché in contrasto “con le regole riservate alla legislazione statale in materia di tutela della concorrenza…”. Una decisione grave; così come è grave che il Tar Lombardia abbia respinto il ricorso promosso dal Forum contro la tariffa-truffa elaborata dall’Authority. Poco importa se nel gennaio 2013 il Consiglio di Stato, interpellato dall’Aeeg, si fosse espresso per l’immediata eliminazione della remunerazione del capitale investito dalle bollette; parere ribadito due mesi dopo dal Tar Toscana. Cose che capitano, in mancanza di un quadro legislativo unitario e chiaro, di cui avrebbero dovuto farsi carico Governo e Parlamento, in risposta a un risultato referendario inequivocabile.

Così, a tre anni dal referendum, sul fronte della ripubblicizzazione, il Paese è attraversato da una miriade di percorsi fluttuanti, fatti di avanzamenti ma anche di clamorose marce indietro; alimentati spesso più dalla tenacia dei comitati cittadini che dalla volontà di Comuni e Regioni, troppe volte impegnati in reciproche battaglie partitiche, quando non inclini a favorire lobby affaristiche. Un esempio su tutti: la città di Napoli, primo Comune in Italia ad aver superato la forma della Spa, promuovendo la creazione di una Azienda speciale di diritto pubblico, ma che a tutt’oggi non ha abolito il profitto dalle bollette e sta lottando contro un Disegno di Legge Regionale, che impone la privatizzazione dei grandi acquedotti.

In quanto alle tariffe, poi, l’Aeeg ha riconosciuto una restituzione che ha il sapore della beffa: irrisoria, limitata al solo periodo non coperto dal metodo tariffario transitorio, 21 luglio-31 dicembre 2011 e nemmeno concretamente corrisposta dai gestori.

IN SARDEGNA – L’Autorità di Ambito Territoriale (Ato), prima, ha rimesso la competenza della ridefinizione del modello tariffario all’Aeeg, liquidando così gli utenti che, aderendo alla campagna di obbedienza civile, decurtavano dalle bollette la remunerazione del capitale investito. Poi, fatti due calcoli, sottraendo dalle somme da restituire “voci di costo” dietro cui si cela la remunerazione del capitale, è giunta alla conclusione che “non risultano somme da restituire agli utenti”, in quanto “l’ammontare risultante è di segno negativo”, pari a poco meno di 5milioni di euro. Insomma, siamo noi debitori nei confronti della Società.

Intanto, per i conti antecedenti il 2012, l’Ato ci informa di aver deliberato un conguaglio di 106milioni di euro perché la tariffa applicata era sottostimata. Ergo, ci sarà una voce in più nelle nostre bollette e, giacché ci siamo, tra gli interventi previsti per il risanamento ed il rilancio di Abbanoa, è in arrivo la revisione delle tariffe…

MA NOI, COSA VOGLIAMO[1]?

– Il diritto all’acqua potabile ed ai servizi igienico sanitari come un diritto umano essenziale;

– il servizio idrico come privo di rilevanza economica e sottratto ai principi della libera concorrenza;

– un modello gestionale scelto esclusivamente tra quelli possibili per gli enti di diritto pubblico;

– l’erogazione gratuita di 50 litri per abitante come quantitativo minimo vitale giornaliero;

– il governo partecipativo del servizio idrico;

– l’accesso all’acqua potabile per tutti gli abitanti del pianeta

NON È UNA UTOPIA – A Parigi, dove dal primo gennaio 2010 il servizio di distribuzione e depurazione delle acque è stato rimunicipalizzato: i guadagni economici sono totalmente reinvestiti nel servizio; la trasparenza finanziaria è totale, il prezzo dell’acqua potabile è sceso dell’8%; un Osservatorio dell’acqua permette a ogni cittadino di informarsi e contribuire al dibattito; il Cda conta due rappresentanti dei lavoratori con parere deliberativo.

Patrizia De Rosa

[1] I punti che seguono sono tratti dalla proposta di “Legge nazionale per l’acqua pubblica e partecipata” depositata in Parlamento dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua nel marzo 2014.

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da La Nuova Sardegna, 11.02.2014

di A. Farina

La via del canale S’Aladerru si allunga verso Cagliari «A questo punto, considerate le ingenti somme che rischiamo di perdere rispetto ad un’opera fondamentale per la città, penso che la strada obbligata sul progetto del nuovo canale sia quella del commissario ad acta nominato dalla Regione». Queste le parole del sindaco Pierfranco Casula raccolte a caldo dopo l’ennesimo rinvio del punto all’ordine del giorno relativo all’approvazione del progetto preliminare della via d’acqua che dovrebbe raccogliere parte del consistente flusso di acque piovane che dal rio S’Aladerru raggiunge il fiume Temo.

Nella riunione di consiglio comunale, in seconda convocazione visto che l’appello di sabato mattina è andato praticamente deserto, ieri alle 17, dopo la surroga del consigliere Roberto Deriu con il nuovo ingresso nella maggioranza di Giuseppe Ligas (che, annuncia il primo cittadino dopo la domanda posta dal consigliere Udc Salvatore Pusceddu, ha presentato formalmente le dimissioni da componente del consiglio di amministrazione della Porto di Bosa Spa) doveva infatti approdare l’atto definitivo del lungo e travagliato iter di approvazione del progetto preliminare sul canale. Che la maggioranza, con già in cassa tre milioni di euro sonanti, ritiene indispensabile sullo scacchiere della attenuazione del rischio idrogeologico. L’assenza per malattia dell’assessore ai lavori pubblici Augusto Cherchi ha però fatto propendere formalmente per il rinvio. Comunque, anche dopo l’ingresso di Giuseppe Ligas, considerato che diversi consiglieri sarebbero usciti dall’aula per varie incompatibilità, il numero dei presenti non sarebbe stato sufficiente a garantire la legalità della seduta. Che si preannunciava per la verità piuttosto spigolosa. Dai banchi delle opposizioni nella riunione di venerdì sera – dove si è proceduto sempre in seconda convocazione a decidere sulla decadenza (votata dalla maggioranza) di Roberto Deriu e all’approvazione del Plus – la capogruppo del centro destra Anna Maria Piroddi aveva chiesto che il segretario comunale trasmettesse atti e progetti passati e presenti alla Procura di Oristano. Il consigliere Salvatore Pusceddu rinforzava su un altro fronte la dose: con la richiesta che sempre in Procura venga spedito il carteggio relativo al prolungamento di via Pischedda.

Ieri quindi Roberto Deriu è stato sostituito formalmente da Giuseppe Ligas, secondo dei non eletti nella lista guidata da Pierfranco Casula (la prima, Carmen Mariani, aveva già sostituito il collega Vincenzo Pinna, dimissionario prima dalla carica di assessore al turismo e poi da quella di consigliere comunale).

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http://www.greenreport.it, 21.11.2013

Appello Fai, Italia Nostra, Inu, Legambiente e Wwf

«La devastazione provocata dall’alluvione in Sardegna, con la tragedia della perdite di vie umane, impone alla Regione il radicale cambiamento nella gestione del territorio, con il blocco di ulteriori compromissioni e l’adozione di efficaci interventi di riassetto idrogeologico e paeseggistico». E’ questo il succo dell’appello unitario lanciato da Fondo ambiente italiano (Fai),  Italia Nostra, Istituto nazionale di urbanistica (Inu), Legambiente e Wwf che spiegano: «La Giunta Regionale ha approvato un nuovo Ppr, che stravolge il precedente, proponendo di annullare molte delle misure a tutela del nostro territorio, costruite in decenni di lavoro comune e di crescente attenzione della comunità sarda».

Le 5 associazioni il 23 novembre terranno una conferenza stampa a Cagliari, e intanto lanciano l’appello “Salviamo il Paesaggio della Sardegna” che parte da un assunto: «La salvaguardia dei suoli e dei paesaggi delle coste e delle zone interne deve costituire la risorsa strategica per promuovere uno sviluppo che sia sostenibile».

Inu ed ambientalisti invitano a partecipare studiosi, esperti, amministratori, rappresentanti delle istituzioni e tutti i cittadini che hanno a cuore la tutela del patrimonio paesaggistico ambientale della Sardegna  a quella che, dopo il disastro del ciclone “Cleopatra”  si presenta come una rinascita culturale e politica della Sardegna che metta al centro la tutela ed il recupero della sua più grande risorsa: il territorio e l’ambiente.

Le associazioni concludono: «Siamo fiduciosi che i sardi sapranno scegliere di difendere il proprio territorio per promuovere nuove politiche del lavoro basato sulla salvaguardia ambientale, su un esteso programma di riassetto idrogeologico e sulla riqualificazione dell’edificato esistente. Rafforzare la qualità del territorio e la sua attrattiva nel panorama internazionale con il restauro del sistema paesaggistico costiero, la riqualificazione dei tanti villaggi costieri e dei centri urbani, con migliaia di seconde case e di edifici invenduti o inutilizzati, il recupero alle grandi tradizioni produttive agroalimentari dei terreni abbandonati sono la grande sfida per la generazione vivente e per quelle future, con decine di migliaia di posti di lavoro e garanzia di vita delle comunità insediata».

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